SPICCHIO DI LUNA E RAGGIO DI SOLE

Un giorno accade così:

Spicchio di luna incontrò il primo raggio di sole del mattino.

Così, stupito nel vedere tutto quello splendore, gli disse: “Che cos'è questa meravigliosa sensazione di calore che emani? Io posso sentire solo il freddo della notte e l'aria fresca del mattino".

Allora, Raggio di sole, rispose: “Se vuoi posso invitarti a fare un giro nel mio calore... Vieni, sali su!”

Spicchio di luna sbarrò gli occhi e, quasi tremando, disse: “E se mi brucio? Io non sono abituato al calore... Non so neanche che cosa sia...”.

Allora Raggio di sole, per tranquillizzarlo, disse: “Non ti preoccupare: siamo parti dello  stesso mondo. Vedrai, non ti succederà niente di brutto. Fidati di me”.

Così, Spicchio di luna, avanzando timidamente, si fece strada in quella luce e salì su Raggio di sole. 

“Che bello questo calore, mi dà una strana sensazione. Tu sai cos'è?” chiese Spicchio di luna.

“Sì che lo so. Io ci vivo tutti i giorni quassù. Serve ad illuminare le giornate e a scaldare le persone...” rispose Raggio di sole.

“E perché a me non è mai arrivato questo calore?” domandò un po' indispettito Spicchio di luna.

“Perché tu illumini la notte...” disse Spicchio di sole.

“Ma oggi ci siamo incontrati... Perché non è successo prima?” chiese ancora Spicchio di luna.

“Perché doveva accadere nel momento giusto, quando la notte lascia spazio al giorno e tutti dormono...” rispose Raggio di sole.

“E adesso ti incontrerò ancora?” chiese tutto ansioso Spicchio di luna.

“Se resterai sveglio fino all'inizio del giorno potremo incontrarci sempre. Basta che tu lo voglia e sappia cogliere proprio quel momento particolare della notte in cui inizia a farsi giorno” spiegò Raggio di sole.

“La notte che comincia a farsi giorno? Quindi io e te siamo importanti se diamo luce alla notte e al giorno...” disse tutto convinto Spicchio di luna.

“Certo che lo siamo. Non possiamo stare l'uno senza l'altro. Altrimenti la vita non ci sarebbe...” disse Raggio di sole.

“Ho capito adesso. L'uno non esiste senza l'altro. Forse non riuscivo a vederti perché era troppo buio. Oggi però mi sono alzato presto e tu mi hai illuminato col tuo raggio” disse Spicchio di luna.

“Sì, proprio così. Io ci sono stato per te tutti i giorni della mia vita, come del resto hai fatto tu. Solo che ancora non ci eravamo parlati” disse Raggio di sole.

“Quindi saremo una cosa sola per sempre” chiese Spicchio di luna.

“Sì. Due facce diverse dello stesso mondo. Questa è la meraviglia della vita, mio caro Spicchio di Luna” disse ancora Raggio di Sole.

“Che bella giornata! Quasi quasi stanotte sto sveglio in attesa di risalire sul tuo Raggio!” disse Spicchio di luna.

E Raggio di sole fece giorno e tutta la città fu invasa dalla luce. I bambini scesero stupiti dai loro letti per vedere quel Sole gigante che si era alzato in cielo. Non era mai stato così brillante, ma Sole e Luna si erano finalmente incontrati e parlati. 

Non dimenticatelo bambini: questa è la magia della luce e del calore della notte e del giorno. Mettetevi sempre in ascolto. Solo così coglierete le piccole e grandi magie della vita.

LO CHEF DENTISTA I BAMBINI DELIZIA

Oggi diamo la parola a una persona particolare che di base fa il dentista, ma che ha anche un vero amore per la cucina, tanto da essere diventato un vero e proprio "chef e, come leggerete, è pure un bravissimo rimatore.
Ecco la sua storiella/filastrocca, che prosegue, con un pizzico di fantasia in più, le fiabe della saga "Titta, la maga dentista". Grazie.

BUONA LETTURA A TUTTI I BIMBI

In questa storiella la maga dentista non è più la sola protagonista, infatti ci parla di uno strano suo amico che è un po' dentista e un po' cuoco.

Io sono Titta, bambini, ascoltate anche se non parlo di folletti e fate,

ma di sicuro sarà divertente

se ascolterete attentamente.

 

Esiste un dentista col cappello da cuoco,

e per i bimbi la visita si trasforma in un gioco.

Parlando di torte, biscottini e gelati,

lui riesce a curare i dentini ammalati.

Le piccole bocche stanno sì spalancate,

non per paura, ma per le tante risate.

E se poi nei denti ci son dei buchini,

li chiuderà tutti promettendo budini.

Perché cioccolato, caramelle e crostate,

si possono mangiare se poi spazzolate.

I dentini, ma tutti, anche quelli lontani

di certo stan meglio se sono anche sani.

Quando sono puliti e il sorriso è brillante

è più bello sporcarlo con un po' di croccante.

Ed ancora pasta, verdura, legumi, pizzette,

questo cuoco dentista conosce mille ricette.

Ma ricordate che i denti non sono pinzette

e non servono ad aprire i barattolini,

ma soltanto a gustare dei bei pranzettini.

Quindi, per finire, ecco qua la morale:

DI CORSA I DENTINI ANDATE A LAVARE!

La Regina CaldaFredda e il Musicante Accompagnatore

Cari amici e compagni di lettura, nel presentarvi questa nuova fiaba vorrei prima introdurvi l'autore - Ivan Germanotta  - che così si presenta:

Molti scrittori hanno accompagnato la mia esistenza, migliorandola, stimolando la mia creatività con i loro talenti che ho amato e amo molto.

Per profondo rispetto verso tutti loro non riesco proprio a definirmi uno scrittore, anche se molti lo fanno con una certa leggerezza, io preferisco essere solo "uno che scrive per passione".

Detto ciò, ho approfittato del più classico anno sabbatico che mi sono concesso di recente, per sviluppare questo mio interesse.

Avevo scritto fino a quel punto unicamente testi a uso professionale, da quel momento ho scritto e auto-pubblicato un romanzo di fantascienza, e continuo a scrivere racconti brevi e aforismi.

Mi piace e mi diverte, pare - e mi auguro- stia piacendo e divertendo anche chi mi legge, quindi rassegnatevi; non smetterò presto di affliggere il mondo con scritti come questi!

Ecco qualche link di riferimento ai suoi lavori per chi avesse piacere di leggerli:

www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html?prkw=ivan+germanotta&srch=0&cat1=&prm=&x=0&y=0

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=854765

www.ewriters.it/autore.asp?ID=6895

http://ivanmnf8.wordpress.com

 

Ed eccoci alla fiaba... Qualche parola sulla sua genesi... Sempre dell'autore:

La fiaba è stata Ispirata dalla giornata mondiale dell'infanzia, coincisa con un periodo incredibile di nascite di figli di amici, che mi colpì e commosse stranamente.

In quel periodo ero a Venezia, luogo magico ove è ambientata pur se non apertamente, e ascoltavo molta musica classica... 

BUONA LETTURA, ALLORA!!!

LA REGINA CALDAFREDDA E IL MUSICANTE ACCOMPAGNATORE 

Certamente quell'attimo lo rimembra molto bene la Marionetta fatta di alghe e gesso, quando ella apparve in tutta la sua rigorosa luminescenza per l'ultima volta, e non scorderà mai quel che vide e udì in quel tempo ormai perso.

 L'Isola di Note e Fuochi di cui quella incantevole visione era Regina si fermò all'istante, i curiosi abitanti di quel piccolo Regno non erano usi ad apparizioni di quel genere, ultimamente la stanca regnante usciva molto di rado dalle sue stanze.

 Tutti smisero le loro occupazioni e rimasero dall'incanto rapiti, dall'incanto di tanta bellezza che per la maggior parte dei tempi era condannata a rimaner nascosta, segregata all'interno della più grande corteccia del Regno, l'unica fonte di dolcissimo miele di tutta l'isola.

 Siffatto reame, d'altronde, era noto al mondo circostante per due grandi leggende: il fatto che il legno bruciasse all'interno in modo perenne senza consumarsi mai, per tenere caldi gli abitanti che dentro esso vivevano, mentre all'esterno appariva ghiacciato, per nascondere e proteggere la vita che custodiva.

 E perché l'Isola era visibile - e raggiungibile - per pochi casuali momenti all'anno, quando gli Elfi e le Fate Ondine che si occupavano di creare e soffiar la Nebbia che la circondava si fermavano proprio per ammirar - anch'essi - la Regina che passeggiava malinconica e assorta in chissà quali segretissimi pensieri.

Tutti quanti in quell'isolotto erano in adorazione da sempre della loro Fata Protettrice - nonché Regina - e maggiormente quando lei si concedeva ai loro occhi, pur senza quasi mai proferir parola. La Marionetta di Alghe e Gesso, il Fabbro del Piccolo Castello senza Serrature, il Marinaio Melanconico, il Tronco Errabondo, il Custode dell'Ingresso dei Musici, e tutti quanti gli altri esserini di quel luogo magico trattennero il respiro, guardando lei si sentivano migliori di quel che erano in realtà.

 Alla vista della Regina speravano - ognuno di loro - sognavano persino, e alcuni addirittura piangevano, pur sapendo che le lacrime si sarebbero tramutate in ghiaccio e sciolte al momento del ritorno a casa. Per tutti era il momento più felice dell'esistenza, il Rito del Transito della Regnante, intriso di Bellezza, Musica e di Profumo di Legna Ardente. 

Ma questa volta a un tratto la Regina si fermò, si guardò intorno e alzò la testa, verso quel Cielo azzurrino a strisce arancio da dove proveniva quella musica che accompagnava -f in dal principiar dei tempi - solo le sue passeggiate.

 Nessuno sapeva con certezza quale fosse la fonte di quelle splendide Folate di Note, ma una storia antica narrava che fossero quattro Musicanti che cercavano - da tempo immemore - di rapire il Cuore della Fata Regnante. Chi avesse mai vinto quella singolar sfida l'avrebbe portata via con sé per sempre.

 Nessuno li aveva mai visti, tranne il Custode dell'Ingresso dei Musici che sosteneva fossero Chopin (il Notturno), Pachelbel (il Canone), Debussy (il Chiaro di Luna) e Shostakovich (il Valzer).

 Però neanche lui poteva sapere se qualcuno avrebbe vinto mai quella strana tenzone, e chi - eventualmente - sarebbe potuto mai essere. Anche il Custode, come tutti i suoi concittadini, sperava nessuno vincesse mai e che la Regina non lasciasse mai l'amato Regno. Ma quella notte le cose cambiarono, per sempre.

 La Regina, sempre con il capo rivolto al Cielo cominciò a parlare: disse a tutti loro che per Lei era giunto il momento di scegliere e andarsene. Per troppo tempo era stata prigioniera, seppur per scelta e ben protetta e riverita, in quell'Isola.

 Disse che amava tutti loro ma ora doveva cessare di bruciare di quel tiepido Fuoco fatuo poiché la aspettava, invece, una festante esplosione di Colori e Suoni. Lassù, in quel Cielo da dove provenivano quelle paradisiache e universali Note.

 Così le aveva detto, poco prima, una Voce proveniente dal suo Giardino Segreto, dalle profondità più grandi di quel suo Mondo Fantastico.

 Era ora di scegliere il Musico, far scendere il suo fragile Ponte di Note e - percorrendolo interamente - innalzarsi fino a raggiungere quella Nuova Vita. Così fece, e sparì per sempre da quel Luogo Fatato. In un istante le Nebbie si dissolsero, i Fuochi interiori smisero di essere tiepidi ed eterni, l'Isola divenne rigogliosa e non più fatta solo di ghiacci. 

Quello strano popolo ringraziò e salutò la Regina che svaniva nell'azzurro, nessuno fece drammi, erano tutti felici per lei dopotutto. Tutti guardarono a lungo verso il Cielo, videro due Corpi Celesti - due grandi forme rossastre - che si unirono in una sorta di Danza Cosmica, fino a esplodere e a formar così una vorticosa Sfera di Energia e di Luce abbagliante.

Così - si narra - nacquero l'Amore, sotto forma di Energia misteriosa e potentissima, e il Sole, la stella più importante per noi tutti. Le due enormi e infinite Forze che rendono possibile fino a oggi, a tutti noi esseri viventi, il mestiere del Vivere.

 Per questo motivo, fin dal principio delle Ere, i vecchi Saggi dicono che una Vita Felice debba essere composta da Musica Celestiale e da Fuoco Interiore.

Non si seppe mai chi vinse la Disfida dei Musici, ma a qualcuno parve di sentire - in lontananza - le note di un festante Valzer.

IL FOLLETTO DELLE CAMPANE

Se Giovannino  è un bimbo tranquillo e romantico, che ama le favole, sua cugina Fiammetta, invece, è proprio come una fiamma: sempre in movimento, curiosissima, chiede il perché di tutto, e quanto chiacchiera!

Mamma - chiede Fiammetta - Giulio mi ha detto che una volta non c'erano gli orologi.... È vero?

- Proprio così -

- E come si faceva a sapere l'ora?

- Eh, sì, c'era qualche maniera per conoscere il tempo, ma talmente scomoda che la gente faceva prima a regolarsi con il sole.

- Ma non si sbagliava?

- Allora non c'era bisogno di sapere tutte le ore, perché la maggior parte delle persone lavorava in campagna: il lavoro cominciava appena faceva giorno e finiva al tramonto, tranne la pausa pranzo, a mezzogiorno.

- E se il sole non c'era, per via delle nuvole? Come facevano?

-C 'erano sempre le campane...

- Le campane... per andare alla messa?

- Sai, oltre che per la messa le campane facevano da orologio, perché al sorgere del sole suonavano per chiamare al lavoro, poi a mezzogiorno per la sosta e al tramonto per annunciare che si poteva tornare a casa.

- Ma erano precise queste campane?

- Sì, sempre puntuali, tranne quando arrivava... il folletto dispettoso. 

- Un folletto? Racconta!

C'era allora un folletto dispettoso che, quando tirava un vento bello forte, vi si metteva a cavallo e, arrivato a un campanile, si divertiva a toccare le campane, che naturalmente cominciavano a suonare.

Un sabato soffiava un vento bello forte, e un contadino di nome Bertoldo, che a mezzogiorno mangiava nei campi, tranne per l'appunto il sabato, sente suonare le campane:

Don don, don don... 

Bertoldo, stupito che sia già ora di pranzo, torna a casa; ma non è ancora pronto. Tutto arrabbiato si serve da sé dalla pentola dei fagioli, e al primo boccone inizia a litigare con la moglie.

-Teresina, questi fagioli sono duri come sassi! L'hai messa ora la pentola al fuoco, pigrona?

- No, l'ho messa appena alzata, come sempre...

Bertoldo si deve accontentare di pane e cipolla e torna al campo con la pancia mezza vuota.  Forse per la fame, o per il nervoso, oggi gli sembra che il sole non tramonti mai. "Quando una giornata comincia male - pensa - non si raddrizza più!"

- Il folletto aveva fatto suonare le campane prima?

- Sì, parecchio prima di mezzogiorno: faceva proprio i dispetti!

- Mamma, racconta ancora! 

Passano i giorni; il cielo nel primo pomeriggio s'è tutto coperto di nuvole. Ecco, il folletto si mette a cavallo di un altro vento forte. Manca ancora tempo al tramonto, ma le campane cominciano a suonare.

Din don, din don...

Bertoldo è tutto contento che sia già ora di tornare a casa e di essere in forma nonostante il lavoro.

Tutto di buonumore, appena arriva abbraccia la moglie:

- Vieni qui, Teresina, che ti faccio due coccole!

Teresina non crede alle sue orecchie, perché la sera Bertoldo è così stanco che fa fatica a parlare, figuriamoci se ha voglia di farle le coccole....

Din don, din din...

Le campane suonano per la notte che si avvicina, ma Bertoldo e Teresina non le sentono: dormono già, abbracciati.

Ma, mamma, il folletto stavolta è stato buono!                                                                

Stella e conchiglia

Era una bella stella marina, tutta rossa, che abitava su una roccia del fondale, non lontano dagli scogli piatti della riva. Nella roccia di fronte viveva un gruppo di conchiglie, quelle abbastanza piccole, comuni, venate di giallo.

La stella, orgogliosa della sua bellezza, le prendeva in giro: "Come siete brutte, sempre a bocca spalancata!" Quelle non rispondevano, badavano a ingoiare, ma giorno dopo giorno, prima una poi l'altra, si staccavano dallo scoglio, trascinate via dal mare. Infine ne restò solo una, un po' più grande delle altre, a subire le canzonature della stella, che con i suoi tentacoli eleganti non smetteva di girarle intorno.

"Potessi  avere una perla - pensava la conchiglia - gliela farei vedere a quella lì, diventerebbe bianca d'invidia...". Purtroppo, però, non era un'ostrica e il suo mollusco non era riuscito a creare nemmeno una microscopica perlina.

Intanto le onde passavano e ripassavano sulla roccia, finché la conchiglia, nonostante cercasse di resistere, venne trascinata verso riva. Un bambino la vide arrivare e tutto contento l'afferrò con la manina. Dopo poco il suo papà gli fece vedere d'aver pescato una bellissima stella marina.

Ora stella e conchiglia si trovano l'una accanto all'altra in una scatola di vetro su un ripiano del salotto; conchiglia ogni tanto ha la tentazione di sussurrare a stella: "Ora non mi prendi più in giro?", ma la vede così triste e scolorita che si limita a sospirare. Anche stella sospira e vorrebbe spingere un tentacolo verso la conchiglia per chiederle scusa, ma ora le è difficile muoversi...

Così le due compagne passano le ore a guardare le tende blu del salotto: quando una corrente d'aria le muove, sembrano proprio le onde di quel mare dove sono nate.

LA NASCITA DELLE STELLE

Una volta, tanti tanti anni fa, nel cielo splendevano il sole e la luna, come oggi, ma non c'erano le stelle.
Di notte la luna, sola soletta, si specchiava nel grande lago Ananda e guardava con invidia le coppie di aironi che facevano il nido nei canneti.
Luna si lamentava con Sole, suo sposo: quando lei appariva lui se ne andava, quando Sole sorgeva, lei pian piano impallidiva fino a scomparire. Luna insomma soffriva di solitudine e avrebbe tanto voluto dei figli che le facessero compagnia.
Infine Sole decise di accontentarla: scelse un grande airone bianco e l'avvolse con uno dei suoi raggi; poi circondò con un raggio di Luna un airone femmina grigio azzurro. Queste due magnifiche creature dalle grandi ali fecero il nido sulla sponda del lago.
Ed ecco che una mattina l'airone azzurrino depose nel nido delle uova bellissime, dal guscio color dell'argento. La notte le covava mamma airone, di giorno il bianco maschio la sostituiva . Ma di notte le uova sembravano diventare sempre più leggere, tanto che qualcuna si sollevava dal nido e mamma airone aveva un bel daffare a riacchiapparla e rimetterla dentro.
Una bella sera, mentre papà airone se ne stava volando via a lasciare il posto alla compagna, le uova si alzarono in volo tutte insieme. Man mano che si faceva buio salivano, salivano, finché, arrivate in alto, scoppiarono come tanti palloncini, proiettando in ogni direzione, nelle profondità del cielo, globi di luce e scintille. Erano nate le stelle!
Sole fece così pace con Luna e, riconoscente, regalò agli aironi delle piume lunghe e sottili come raggi da ornarne il capo.
Luna era felice: non si sentiva più sola con tutti quei figli di luce, che non si stancava mai di ammirare riflessi sullo specchio del lago Ananda.

Giovannino e Ciuci

Altro appuntamento con la saga di Giovannino...

 BUON DIVERTIMENTO A TUTTI I BIMBI!

La signora Marta, quella alta, con i capelli bianchi, che abita di fronte, ha invitato a casa sua Rita e Giovannino. C'è una novità: a Fida, una gattona bianca e nera, che il bimbo ha visto qualche volta dormire sul tappetino davanti alla porta di Marta, sono nati sei gattini.  Eccoli, insieme alla loro mamma, in una grande cesta: neri, bianchi, grigi... Giovannino resta come incantato, poi si avvicina gattonando e comincia piano piano a toccarli: come sono morbidi! Se ci fosse spazio entrerebbe nella cesta con loro, ma ha paura di Fida: da vicino sembra anche più grande. Il bimbo continua ad accarezzare i micini, ma poi si ferma, preoccupato: - Miao, miao! - chiede alla mamma, che ci pensa un po'e capisce: - Non fanno miao? non ti preoccupare, anche i gattini da piccoli non sanno parlare -. Giovannino è rassicurato e ora vorrebbe prenderli e portarli a casa, ma Mamma e Marta gli dicono che può prenderne solo uno. Sì, ma quale? Giovannino non sa se vuole quello bianco con le zampette e il musino nero o quello tutto a macchie o...

Ma ecco che un gattino prova a uscire dalla cesta, ci riesce, va verso il bimbo: è una pallina tutta grigia e pelosa, con gli occhi azzurri. Mentre Giovannino, emozionato, lo indica alla mamma, il micio si avvicina e tocca con il muso il suo ditino: si è fatto scegliere! 

Da quel giorno la vita di Giovannino è cambiata: non ci sono più soltanto gli animaletti di peluche e i giocattoli che si muovono se li spingi o gli dai la carica, ma c'è Ciuci, con cui gattonare, facendo miao miao.  Giovannino gli tira le palline colorate e Ciuci con la sua zampina le rimanda indietro come un portiere di calcio, poi la sera si addormentano insieme sul divano o nel lettino. Ciuci si sveglia presto, mentre Giovannino dorme ancora, e va a trovare Mamma per avere la colazione, poi ritorna a dormire sotto la coperta. Prima, Giovannino aveva sempre paura che Mamma e Papà lo lasciassero solo al buio, ma ora la paura è passata: con Ciuci sente di avere un amico, un fratello, che diventerà grande con lui e gli starà vicino.

SAGA DI GIOVANNINO - LA CASA DEI NONNI E' UN PO' MAGICA...

Fleurie vuole proporvi un'altra fiaba della saga di Giovannino... BUONA LETTURA!

Giovannino oggi va a trovare i nonni nella loro casa di campagna, dove, dice papà, sono nati loro e addirittura i loro genitori, che sarebbero i bisnonni. È una casa vecchia vecchia, quindi, ma a Giovannino piace moltissimo, innanzitutto perché è tanto grande, a cominciare dalla cucina, dove si trova un enorme focolare, con tanta legna e un pentolone appeso a un gancio; è tutta roba vera, non come nella casa di Geppetto, dove il fuoco e il paiolo sono dipinti sulla parete. Ma chissà se c'è anche un vero grillo, nascosto da qualche parte... Intorno al focolare gira un gradino di pietra grigia, dove ci si può sedere e che rimane caldo per un bel po' dopo che le fiamme sono spente. Giovannino così si rende conto perché a Cenerentola, pur di stare seduta lì, non importasse di sporcarsi, proprio come a lui.

Nella casa dei nonni è bello anche entrare nelle camere da letto, o meglio sotto i letti, che sono alti alti, con le spalliere di ferro scuro. Mentre a casa in città non si può entrare sotto il letto, che arriva vicino a terra, qui ci si può stare quasi seduti: lì sotto, nella penombra, Giovannino immagina di trovarsi dentro una tenda indiana, a fare piani per la battaglia contro i visi pallidi, oppure sottocoperta, nella nave dei pirati, allo scatenarsi della tempesta. Poi, è tanto divertente rimanervi nascosto, quando lo cercano, chiamano, chiamano e venire fuori all'improvviso, per fare una sorpresa!

Ma ancora più sorprendente è la cameretta, che i nonni hanno preparato per lui proprio sotto il tetto, dove da una parte il soffitto scende tanto che Giovannino quasi arriva a toccarlo. La cosa davvero meravigliosa, poi, è una finestra piccolissima, che il nonno dice si chiama "abbaino", ma non c'entra niente con i cani che abbaiano.

Salendo su una sedia Giovannino riesce a sbirciare da quella finestrella, che si affaccia su un mare di tegole: vi zampettano o svolazzano tanti uccellini, su e giù dai nidi là intorno;  più lontano si vedono le colline, con boschi, prati e qualche casetta. A Giovannino piace pensare che qualche altro bimbo stia guardando da quelle casette, forse proprio da un abbaino, verso di lui.

Appena fa buio, Giovannino non vede l'ora di salire alla sua cameretta; dopo il bacio della buonanotte aspetta di restare solo per alzarsi piano piano dal letto e avvicinare la sedia all'abbaino. Là fuori c'è un paesaggio fantastico: sulle colline nere sullo sfondo brillano lucine sparse, come nel presepe; il cielo è pieno di stelle, molto più grandi e lucenti che in città. Quando poi c'è la luna, si vede quasi come di giorno e dalla finestrella entra un fiume di luce. Giovannino guarda, guarda, come incantato, finché non lo prende il sonno; allora scende dalla sedia e torna al suo lettino. Ma ecco arrivare, sul raggio della luna che entra dall'abbaino, una fatina non più grande di una farfalla, che gli volteggia intorno, poi, battendo le ali sulle sue palpebre, lo guida dolcemente verso il mondo dei sogni.

 

IL RANOCCHIO STROPPICCINO

Fleurie è lieta di presentarvi una fiaba in piena regola... È opera di Francesco Disetti, un papà davvero speciale! Grazie di averla condivisa con questo gruppo. Farà felice tanti altri bambini

BUONA LETTURA!

In un palude tranquilla e sperduta, ricca di vegetazione e di svariati animali viveva un ranocchio. Non un semplice ranocchio, bensì il ranocchio soprannominato "Stroppiccino".

Stroppiccino viveva ai piedi di un grande albero che maestoso si ergeva su forti radici che si sviluppavano anche sul pelo dell'acqua e proprio tra queste radici si trovava una bellissima ninfea. Negli anni Stroppiccino aveva mal curato la propria ninfea. Era sempre trasandato: indossava una camicia e dei pantaloni tutti stropicciati e sporchi e la povera ninfea non era da meno. Insomma: era un vero ranocchio pasticcione. 

Gli animali che vivevano vicino a lui cercavano sempre di convincerlo a mettersi in ordine perché sarebbe anche potuto succedere che un giorno una bella ranocchia si sarebbe recata in quella palude sperduta. Stropiccino, che ormai era abituato a stare da solo tra il suo disordine, poco credeva nella possibilità di incontrare prima o poi una bella ranocchia.

Un giorno, dopo settimane e settimane di pioggia, lo stagno era traboccante d'acqua e altri corsi d'acqua erano affluiti lì. E fu così che mamma coccodrillo accompagnò una graziosa ranocchietta sperduta e spaventata presso la ninfea di Stroppiccino. Alla vista di così tanta bellezza, Stroppiccino si vergognò del disordine in cui doveva ospitare la nuova arrivata. La bella ranocchietta, poco interessata al disordine, chiese subito al ranocchio il perché non si curasse di sé è della sua bella dimora.

Stroppiccino,esitò un momento e poi rispose: “Questo sono io e questa è la mia casa”. 

A tal risposta, la ranocchietta spazientita disse: “Se mi vuoi qui con te devi prima imparare a voler bene a te stesso e a quello che ti circonda”... e se ne andò ospite di mamma coccodrillo.

Stroppiccino pensò e ripensò, finché si rese conto che valeva molto di più ranocchia rispetto alla sua cocciutaggine. Così, alla fine, si mise di buona lena e, straccio alla mano, ripulì tutto, dedicò molte cure alla ninfea e anche a se stesso lavando e stirando le sue camicie e i suoi pantaloni e preparando una perfetta accoglienza per la ranocchietta. 

E fu così che, visti tutti questi cambiamenti, ranocchia decise di dare un'opportunità a Stroppiccino, il bel ranocchio ritrovato.

Sontuose feste vennero fatte al grande albero. Tutti gli animali della palude non credevano ai loro occhi. L'amore aveva fatto breccia nel cuore di Stroppiccino aiutandolo a volersi bene senza se e senza ma.

E vissero per sempre "felici e stroppiccini".

Francesco Disetti

MAMMA TI RINGRAZIO

Non volevo scrivere una poesia che fosse solo mia

non provo gioia senza condivisione

così eccomi qui a descrivere un'emozione

sicura di trovare partecipazione

Mamma ti ringrazio

per tutto quello che hai fatto

sarà banale ma è un concetto universale

senza di te non sarei potuta diventare

ciò che fa di me un essere speciale

non lo dico per presunzione

è solo una constatazione

sei tu ad avermi permesso 

di vivere in questo mondo straordinariamente imperfetto

insegnandomi ad amare senza farmi condizionare

libera nel pensiero

salda nel rispetto altrui 

forte abbastanza quando tutto sembra vacillare

emozionata di poter sognare

fiera di riuscire a essere sempre me stessa

a volte rischiando di perderci molto

che è niente paragonato al sapere

di non scendere a patti solo per avidità di potere

cara mamma tutto questo lo devo a te

e per questo ti ringrazio

che ti giunga tutto il mio amore 

grande come un infinito abbraccio

IL CASTIGO DEI BAMBINI RIVOLTOSI

Fleurie oggi è fiera di presentarvi una bellissima fiaba opera di un caro amico dal cuore davvero sensibile... Eccola per voi

Fui chiamato che ancora non ero pronto, mi trovarono infatti saldo a quel cordone come un serpente attorcigliato al suo ramo preferito. “Said sveglia! È il tuo momento”. Esattamente al centro della Galassia c’era lo Smistamento Nascite, ed era lì che mi accingevo ad andare.
Il viaggio si consumò con voli pirotecnici nello spazio tra le nuvole, prima di approdare al grande giardino azzurro. In lontananza si notava una distesa di puntini colorati che, pian piano mi avvicinavo, si trasformavano in tante piccole testoline di bambini.
Un tempo, essendo praticamente certo che un pellerossa dovesse nascere in America piuttosto che un giallo in Asia, pensarono di dividere i nascituri per razze in modo da facilitare le procedure per l’imbarco. A un certo punto, però, sulla terra, si cominciò a parlare di globalizzazione, scambi tra culture e diritti universali per tutti gli uomini, e credo questo sia il motivo per cui trovai malcicchi di razze diverse mescolati tra loro.“ Wow! Che bello... che bellezza!” urlavo gioioso mentre planavo tra le stelle... “Chissà che a 'sto giro non mi tocchi pure la camicia!”. Immaginai che avrei potuto realizzarmi nelle cose che più mi affascinavano, cosa che mai avevo potuto fare nella mia millenaria storia di nascituro.
Mi presentai entusiasta e finalmente fiero di nascere nella mia adorata Africa, ma presto, mio malgrado, squillò il primo campanello d’allarme. Guardandomi intorno al check-in notai che eravamo sempre i soliti noti e tutti rigorosamente color cioccolato. Non trovai posto nemmeno a cucire i palloni e, sulla scheda da compilare, mi si lasciava solo l’opzione fra il morire di fame o di malattia. Niente era cambiato amici miei e fu così che per la prima volta riconsegnai la scheda in bianco e mi lasciai cadere nel Castigo dei Bambini Rivoltosi.

David Baldini

LA LEGGENDA DEI FIORI

Secondo la leggenda di un antico popolo americano, il dio Piumatloc creò dalla luce dei suoi occhi il mondo di sopra con il sole, la luna e le stelle; poi dal suo respiro generò il mondo di sotto, il nostro. Per lungo tempo il mondo restò avvolto dalla nebbia, ma poi il sole lo riscaldò tanto che affiorarono dai vapori gli azzurri mari e la terra, tutta verdeggiante di boschi e praterie. 

Piumatloc era compiaciuto della sua creazione, anche se gli sembrava che quei colori fossero belli, sì, ma un po' monotoni. Pensa e ripensa, si decise per una delle sue invenzioni più originali: quella dei fiori. 

Con la creazione dei fiori la terra si riempì di mille colori e, già che c'era, Piumatloc regalò ai fiori tutta una serie di profumi, più o meno intensi, dolci o speziati. I fiori stessi erano diversi tra loro anche come forma: c'erano fiori grandi e fiori piccoli, con petali a raggiera, a calice, a cuore...

Tra tutti spiccava il tulipano, con le sue varietà di colori, brillanti o screziati, e poi il profumo, inconfondibile, inebriante!

Fu così che il tulipano cominciò a inorgoglirsi e a cercare solo la compagnia di altri fiori grandi e colorati. In poco tempo si mise a capo di una specie di lega, che metteva da parte i fiori più modesti e li prendeva continuamente in giro.

Questi fiorellini non avevano la forza di reagire e se ne stavano tutto il tempo con i petali ripiegati a capo chino. Ma un bel giorno un piccolo fiore bianco, dal profumo appena percettibile, il gelsomino, si fece coraggio e pian piano cominciò ad arrampicarsi fino al trono di Piumatloc. 

-Signore- implorò - sono un fiore da poco, come altri miei compagni, ma tu ci hai creati e penso che non vuoi sapere che siamo tristi; ogni giorno veniamo scherniti dal tulipano e dai suoi seguaci. Aiutaci, ti prego!

Piumatloc , che odiava le ingiustizie e voleva punire la superbia, non fu sordo alle preghiere del piccolo fiore. Fu così che tolse al tulipano il suo straordinario profumo e lo trasferì al gelsomino. Anche gli altri fiori superbi smisero di profumare, tranne quelli che si rivolsero a Piumatloc per sottomettersi e chiedergli perdono, come la rosa e il giglio: Piumatloc fu soddisfatto del loro pentimento e decise che nel mondo degli uomini significassero la bellezza unita all'umiltà. 

Da quel giorno tra i fiori, grandi e piccoli, più o meno profumati, fiorirono anche pace e armonia. 

IL PARADISO DEI GATTI

Proprio sotto quello degli uomini si trova il paradiso dei gatti: è un posto tranquillo, silenzioso, riposante, popolato da mici di tutte le razze, di tutte le età. Eppure, qua e là per i grandi prati, ciascuno ha la sua casetta, piccola, bassa bassa per sentirsi davvero al riparo. Sul davanti c'è un morbido cuscino dove accovacciarsi al sole e un cartello col nome del gattino che vi dorme: Foffi, Sfida, Gegè, Sugar, Pussy, Alì, Baby...

All'orlo dei prati si trova un bel bosco, popolato di uccelli, scoiattoli e topolini: qui i gatti possono rinnovare il gusto della caccia, ma senza nessuna violenza: basta che un animaletto dica -Mi arrendo!- e il gatto cacciatore immediatamente si arresta e alza una zampina in segno di amicizia. Insomma, è un grande gioco che permette ai vinti e ai vincitori di tenersi in forma.

Nonostante questi divertimenti nel paradiso dei gatti i giorni passano più o meno tutti uguali, senza sorprese; si rischia di annoiarsi, se tutto non venisse rivoluzionato, una volta l'anno, nella famosa "settimana gattesca", una grande festa che i gatti preparano molto tempo prima; il bello è che vi partecipano anche i cagnolini che hanno condiviso la vita terrena con i mici, lasciando il loro paradiso al confine ovest. E con grande gioia scendono anche gli umani, quelli che una volta erano i cosiddetti “padroni” dei gatti: è tutta una festa di strofinamenti, bacetti e carezze, e dopo un continuo rumore di fusa. 

I mici, fieri della propria festa, portano gli umani in giro per i banchetti: per loro ci sono palloncini colorati e dolciumi, per i cagnolini croccantini e pop corn.

Di notte gli uomini vanno a dormire nel bosco, i cani vicino alle casette, ma anche qualche umano si stende accanto a loro, mentre più di un micio preferisce stendersi sulle gambe del suo ex “padrone”.

L'ultima sera della festa non ci sono i fuochi artificiali, sgraditi a tutti gli animali, ma un grande ballo, dove i mici danzano con i cagnolini, ma anche con gli uomini, al suono di una musica bellissima... Da dove viene? Non si sa, ma è la musica dell'allegria e dell'amicizia.

Ahi! Presto, troppo presto arriva il momento degli addii: i cagnolini zampettano verso occidente, gli umani, facendo ciao!, salgono al loro paradiso.

Rimasti soli, i gatti piano piano rientrano nelle loro casette, ma nel buio si sentono dei deboli miagolii, come sospiri: sognano i loro amici? O sentono un po' di nostalgia?

 

GIOVANNINO VA A PESCARE (altro episodio della "Saga di Giovannino")

Giovannino oggi va a pesca con papà, che ha una bella barchetta. Giovannino si incanta a guardare le piccole onde che brillano al sole e si gode il venticello che gli rinfresca il viso.
Una volta allontanati dalla riva, papà aiuta Giovannino a gettare la lenza. Dopo un po' di tempo la lenza si agita... un pesce ha abboccato! Con parecchio sforzo tirano su un bel pesce color argento:  "È un piccolo tonno - dice papà- quando sarà grande potrà arrivare a 3 metri!". Mentre stanno per rovesciarlo nella barca, con gran sorpresa di Giovannino il piccolo tonno inizia a parlare:

O Giovannino, non mi far del male!
devo curare il nonno tanto vecchio,
devo portargli un poco di mangiare;
sta solo in una grotta in fondo al mare;

è lui che salvò Pinocchio e Geppetto,
tu salva la vita al nipote tonnetto.
Giovannino, se mi risparmierai,
per ricompensa un bel regalo avrai!

Giovannino conosce la storia del burattino e rimane stupito: "Papà, hai sentito?" Il papà dice di non aver sentito niente. "È il nipote del tonno dalla voce di chitarra scordata, salviamolo, è piccolo, lo hai detto anche tu!" Il papà è d'accordo e delicatamente sfila l'amo dalla bocca del tonnetto e lo immerge nell'acqua, mentre Giovannino gli grida "Ciao! Ciao!".
Il sole comincia a essere alto; rimane poco tempo per pescare. Di nuovo la lenza si piega sotto un peso. Che sia un altro tonnetto? Ma Giovannino rimane a bocca aperta, vedendo cosa ha pescato papà...
"È Pupo, Pupo!" Sì, Pupo,il suo pupazzo preferito, che dormiva con lui, che teneva sempre vicino. Gli era caduto in acqua l'altra volta che avevano fatto la gita in barca: non erano stati capaci di ritrovarlo e Giovannino aveva pianto tanto.
Pupo, con la sua tuta fiorita e il berrettino a punta, come un Pinocchio morbido, era stato portato da Praga dalla nonna, che l'aveva comprato quando Giovannino era ancora nella pancia della mamma. Mamma e papà gli avevano comprato un altro bel pupazzo, ma non erano riusciti a trovarne uno uguale, così Giovannino l'aveva lasciato in un angolo della sua cameretta. Ora Pupo era tornato, zuppo e un po' malandato, ma era lui, lui! Il tonnetto era stato di parola!
"Grazie, amico mio, mi hai fatto il più bel regalo del mondo!"

OGGI SEI NATO

Bambino mio 

sei così piccolo che quasi ti tengo in una mano

sembra che il tuo sguardo già mi cerchi

come è possibile?

sei appena nato

eppure sembri già così partecipe del mondo...

 

ti carezzo sulla testa

sento il tuo calore che si diffonde su di me

il tuo profumo mi inebria

i tuoi piccoli gesti mi conquistano

 

sarò capace di crescerti al meglio?

bambino mio ti chiedo già scusa per tutti gli errori che farò

del resto mamme non si nasce, lo si diventa

spero di essere per te ciò che desideri

di renderti sicuro e libero di essere a pieno te stesso

 

bambino mio che entri nella vita

ti auguro di percorrere le strade che vorrai

di non sentirti mai solo

ma di poter scegliere quando stare da solo

di conoscere e dare amore

di essere pronto a sacrificarti per qualcosa di grande

 

bambino mio da oggi inizia il tuo viaggio

non aver paura

 

L'OVETTINO PASQUALINO

Era molto piccolino

lo chiamavan Pasqualino

Rotolava qua e là

non diceva mamma o papà.

 

Col suo fare traballante

ci sembrava strabiliante

che potesse far davvero

ciò che fa un bambino vero.

 

Ci stupiva il suo candore

ci rapiva il buonumore.

 

Ogni giorno l'ovettino

era pronto nel cestino

per riprendere a saltare

per tornare a far sognare

per dar vita alla richiesta

dei bambini sempre in festa

di giocare a nascondino

coi balocchi e con gli ovetti

rimpiattati nel giardino.

 

L'ovettino che girava

sia di notte che di giorno

ancor oggi si stupisce

delle cose che ha dintorno.

Gioca, sorride senza un perché

ma Pasqualino, sai poi chi è?

UN OMINO TRANQUILLO

Era un omino vestito con un cappotto troppo grande, un basco grigiastro e vecchie scarpe; lo potevi incontrare tutti i giorni passeggiando sul lungofiume. Camminava aiutandosi sempre con un ombrello  come quello che usano i pescatori, più grande di lui. Sorrideva tranquillo a tutti quelli che incontrava, con lo sguardo un po' smarrito.
Per quel viale passavano anche un bimbo e la sua mamma, di ritorno dalla scuola materna.
"Mamma, perché porta sempre l'ombrello anche se non piove?"
"Forse abita lontano lontano e non fa in tempo a tornare a casa a prenderlo".
Un giorno il bimbo si fa coraggio e si avvicina svelto all'omino, senza che la mamma riesca a trattenerlo: "Io mi chiamo Filippo, e tu?". L'omino sembra confondersi e balbetta: "Pippo..., Beppe, sì, Beppe... forse...".
"Beppe! Io non ho nessun amico che si chiama così... Ora ce l'ho! Ciao, ciao, Beppe!"
L'omino saluta con la mano e riprende a camminare con aria trasognata.
Il giorno dopo Filippo coglie un mazzetto di pratoline e quando si incontrano lo regala a Beppe. Beppe sorride: "grazie..." e riprende a camminare.
Così, dopo qualche giorno, Filippo gli chiede: "Ma tu, dove vai?". 
"Non so, cammino..."
"Non torni a casa?"
"A casa? A casa..., stasera.
La scuola materna era già riaperta da un po': il bimbo tornava con la mamma per il lungofiume e l'omino tutti i giorni camminava per lo stesso viale. Filippo non poteva più cogliere le margheritine da regalare a Beppe, così ogni tanto gli faceva vedere qualche foglia più grande o più colorata caduta dai platani.
L'omino sorrideva, diceva grazie e camminava, camminava. 
Un giorno, che faceva freddo e sembrava già inverno, Filippo chiede all'omino: "Ma perché cammini, è freddo... non vai a casa?"
"Devo camminare..."
"E quando sei stanco?"
"Mi siedo su una panchina..."
"E quando sei stanco stanco e fa freddo, freddissimo?"
"Non so... - risponde smarrito l'omino - forse... apro l'ombrello..."
"Come Mary Poppins?"
L'omino non risponde, riprende a camminare, poi si volta: "Forse... come Mary..."
Filippo è preoccupato: da qualche giorno non incontra più Beppe.
"Mamma, non viene più?"
"Fa freddo, sarà rimasto in casa per non prendersi un raffreddore."
Filippo ci pensa un po' su: "Forse... ha aperto l'ombrello ed è volato via, lontano lontano, dove sta Mary Poppins!".




FESTA DEL PAPA'

IL MIO PAPA' SI CHIAMA PIERO

Il mio papà si chiama Piero
è un grande papà 
sempre sincero:
ciò che promette lo fa davvero

Lui mi ha insegnato l'onestà
che forse per questo fa rima con papà

Lui mi ha insegnato a dare fiducia 
a essere generosa 
affettuosa e rispettosa

Mi ha incoraggiato a esser sempre positiva
anche se sa che sono un po' emotiva

non mi ha quasi mai sgridato
ma mi ha sempre spiegato
mi ha parlato da adulta anche quand'ero bambina
per lui ero la sua eroina

Ora che son grande per davvero
vorrei augurargli un volo leggero
al mio papà sempre battagliero
con l'amore più grande
di una figlia adorante

TI TANO... L'AVVENTURA DI UN PICCOLO MARZIANO (racconto breve)

L'astronave A 37 ha avuto un guasto e cerca sul pianeta inesplorato un luogo per un atterraggio di emergenza. Ecco finalmente tra gli edifici un bel prato verde dove posizionarsi...
Il papà raccomanda a Ti Tano di non uscire perché, anche se l'atmosfera è buona, potrebbe essere pericoloso... Ma la riparazione è lunga; il bimbo si annoia ed è troppo curioso di esplorare questo mondo nuovo. Così indossa le sue scarpe dalle sette leghe e scende di nascosto per la scaletta. Guardandosi intorno Ti Tano si accorge che il prato è chiuso da un muro e alti gradini, ma grazie alle scarpe fa presto a trovare un'apertura e allontanarsi.
Eccolo arrivato a un parco giochi, pieno di bambini. Avvicinandosi Ti Tano resta stupito: sono bambini come lui, ma tutti bianchi! Un bimbo bianco lo aveva visto solo in una trasmissione che spiegava come si fosse prodotto questo strano difetto... ma qui sono tanti!
Ti Tano non sa come regolarsi, ha anche paura e si sente solo... Ma, d'improvviso, dalla casetta di legno vicina allo scivolo sbucano un bimbo e una bimba proprio neri, mentre arriva la loro mamma, nera pure lei. Ora Ti Tano si sente proprio come a casa sua e cerca di parlare con i due bimbi, che però non capiscono la sua lingua; il piccolo marziano rimpiange di aver dimenticato il traduttore sull'astronave, ma si consola presto. Le parole non servono per andare sullo scivolo o sull'altalena o giocare a rincorrersi; poi dopo un po' anche i bambini bianchi non fanno più impressione!
Ah, l'avventura è finita: arriva la macchinetta con papà e due ufficiali a bordo; scendono con le loro tute armate, forse si aspettavano uno scontro. Invece ecco che tutti i bambini gli vanno incontro gridando "Gli astronauti! Gli astronauti!" e fotografandoli. Non resta che fare grandi gesti e saluti a tanti festeggiamenti. Certo sono stati scambiati per dei loro astronauti... Anche Ti Tano saluta i suoi nuovi amici e sale sulla macchinetta già con un po' di nostalgia. 
La squadra locale tra pochi minuti ha il solito allenamento del giovedì; uscendo dagli spogliatoi fa in tempo a vedere un'astronave che decolla dal centro dello stadio e subito sparisce in direzione di Saturno.

 

Marzo è arrivato

Marzo è arrivato
l'ombrello l'ho portato
non si sa mai come sarà
basta una nuvola e piove di già 

ma oggi c'è il sole
mi viene il buonumore
quel che domani succederà
cioè sapere se pioverà
nessuno qui lo sa

meglio così
poi si vedrà

 

Bambole di pezza da amare

 

Bambole di pezza quelle che avevi
bambina mia quanto le amavi...
per te eran regine di cristallo 
preziosi diamanti dalle mille iridescenze

Le abbracciavi stretta perché tu le capivi
donavi loro nuova vita ogni giorno
diventavan le protagoniste del tuo sogno

Per gli altri eran solo un mucchio di stracci
ma tu sapevi che non era vero
eran tue amiche, compagne sincere
ciò ti bastava per essere felice

del resto cos'è giocare se non fantisticare 
per esser pronte ad amare?

 

 

 

 

La primavera eccola qua

Dopo la pioggia ci sarà il sole
ci scalderà con tanto ardore
nessuna nuvola
solo chiarore
e passerà ogni malumore

Ridi bambino
cuore contento
siamo già fuori dal lungo inverno

La primavera eccola qua
che tutto intorno colorerà

con i bambini a correr nei prati
anche gli adulti si son ritrovati
meno pensieri
più buonumore
la bella stagione rinnova l'amore
quello che un bimbo imparerà
guardando il bacio di mamma e papà

Dominghito, il pesciolino ballerino

Dominghito è un pesciolino
ma per tutti è un ballerino
che nuotare ancor non sa
ma sa che ce la farà

è una triglia ma lui balla
si prepara alla battaglia
chissà che succederà se nuotare poi saprà?
Sarà un pesce ballerino
Con un cuore da bambino
Con la gioia e poi l’ardore
Di un gran pesce nuotatore

dedicato a Daniela, piccola nuotatriceCuore

Giovannino va a cavallo

Quando nei cartoni animati o nei documentari si vedono i cavalli, Giovannino smette di gattonare e fissa la tv facendo uno dei primi versi che ha imparato: "clop, clop, clop", il rumore degli zoccoli dei cavallini al trotto. Per mamma Rita anche Giovannino è stato contagiato dalla passione per i cavalli che era già del nonno, carabiniere a cavallo, ed è arrivata fino a Camilla, la sorella di Giovannino che a sette anni monta già una cavallina di nome Dhalia e tutti i giorni la va a trovare là, nei prati di Coltano, insieme a papà Giulio. Oggi a Rita è venuto in mente di portare laggiù anche Giovannino: "Giovannino andiamo a trovare i cavalli! Clop, clop, clop". Il bimbo spalanca gli occhi e ripete: "Clop, clop, clop". In macchina Giovannino si addormentae sogna tanti cavalli con le criniere al vento. "Eccoci arrivati" dice mamma Rita e lo prende in braccio. Giovannino è stupito e anche un po' spaventato: non li immaginava così grandi... Anche Dhalia è alta ma Camilla l'accarezza e mamma lo sporge per fargliela toccare con la manina. Dhalia è nera e calda... lo guarda con un occhio solo, grande grande e dolce. Giovannino ora non ha più paura e segue con gli occhi Camilla che è già montata in groppa, tutta sorridente. Papà lo monta sul passeggino e insieme corrono per vedere Camilla che si allontana veloce oltre il prato. Il prato! Giovannino si divincola, vuole scendere e finalmente viene accontentato. Come è bello gattonare avanti e indietro sull'erba morbida, fresca! Ci sono anche dei fiorellini bianchi.. Giovannino li conosce, ci sono anche a casa, e strappa via qualche petalo, ma ecco che uno se ne vola via... Il bimbo alza gli occhi e li gira intorno: quanto è grande il prato e che bel colore! I cavalli lontani ora sono piccoli e anche Dalhia laggiù sembra piccolina... Potesse essere anche lui un cavallino e correre lontano! Si attacca alla gamba di papà e si solleva: lassù c'è una luce gialla e più lontano anche la luna, quasi del colore del cielo. Giovannino la indica con un dito ma papà non capisce, il bimbo insiste: "Mam-ma". Anche la mamma guarda in alto ma non sa cosa vede Giovannino e dice a Giulio: "Sarebbe bello capire cosa pensano i bambini!". Intanto Camilla è di ritorno e Giovannino è messo di nuovo nel passeggino; ha già nostalgia del prato ma anche tanto sonno. Il mondo appena scoperto tutto pieno di colori si allarga intorno a lui. E' un cavallo, anzi un puledro che leggero vola sui fiori fino al cielo pieno... Clop, clop, clop...

Gli incantesimi di Super Titta, la maga dentista


Denti preziosi

Lo sapete, bambini, quanto sono preziosi i vostri denti? Certo non potete ricordare quale grande cambiamento c’è stato quando avete messo i primi dentini…..siete passati dal latte e dalle pappine agli spaghetti, ai panini, alle crostate!
Poi… i denti hanno qualcosa di magico: se si mette il primo dentino che cade sotto un bicchiere, la sera, mentre dormite un misterioso topolino se lo porta via e vi lascia una moneta.
Purtroppo i denti possono ammalarsi: se usiamo bene lo spazzolino è più difficile, ma qualche volta capita….
Ahi! Ahi! Un bel problema! Ci vuole ancora una magia: ci vuole proprio Super Titta, la maga dentista. Con le sue arti magiche Titta sa come guarire i denti malati, facendoli tornare sani, bianchi e allineati come tanti soldatini.

Come in una fiaba (primo episodio)

Pucetta ha un dente che le fa male e così oggi il papà l’ha accompagnata da super Titta. Pucetta è impaurita e scocciata perché piove a vento…..proprio oggi?
Quando arrivano a casa della maga la porta di vetro si apre da sola ed entrano in una stanzetta con qualche sedia da grandi e altre sedie piccine che a Pucetta sembrano adatte ai nani di Biancaneve.
Dopo qualche minuto arriva una ragazza molto carina, vestita di bianco, che la porta nella stanza degli incantesimi. A Pucetta batte forte il cuore, ma la ragazza, che si chiama Lenia ed
è l’assistente della maga, la rassicura sorridendo:
-Hai paura di sentir male? Tranquilla: la maga ha preparato una pozione magica, che si chiama ‘addormentina’ perché fa dormire il dentino malato, così non sentirai proprio niente!
In quel momento entra la maga in persona… Pucetta la credeva vecchia, con i capelli bianchi e scarmigliati sotto il cappello a punta, ma maga Titta ha corti riccioli biondi e non porta cappello. Ha una specie di vestito attillato arancione e al posto della bacchetta una più corta, con in cima uno specchietto, insomma, una strana fata!
Pucetta le chiede della pozione e Titta le fa vedere una piccola siringa:
-La pozione è qua dentro, ti farò un punturina vicino al dente e non sentirai più nulla…
_La puntura fa male? Chiede preoccupata la bambina.
-Solo un secondo, perché addormentina entra subito in azione.
Così è: Pucetta chiude gli occhi e sente un piccottino, ma davvero un nanosecondo, perché poi non sente nulla di quello che fa maga Titta al suo dente.
L’incantesimo continua… ora maga Titta chiede a Lenia una conchiglia. Pucetta è meravigliata: le vengono in mente i cartoni animati dove le conchiglie si aprono per mostrare la perla, anche se Titta dice che la conchiglia serve per separare i denti.
Che strano modo di usare le conchiglie! pensa la bambina e più si stupisce quando la maga chiede a Lenia l’anello. Titta dice che è per stringere il dente, ma Pucetta non ci crede e domanda a Lenia chi è che si fidanza. Così Lenia le racconta che sono due suoi dentini che si fidanzano e alla fine dell’incantesimo vivranno per sempre accanto, sani, belli e felici.
Pucetta deve ancora stare a bocca aperta e per non annoiarsi pensa all’azzurro del mare, alle conchiglie, ai denti fidanzati… Così quasi si addormenta.
La svegliano Titta e Lenia che sorridono dicendo che la magia è finita e si può alzare.
Dalla finestra davanti a Pucetta brilla un grande arcobaleno. Che sia un altro incantesimo?

Filastrocca delle dita

Le filastrocche servono per insegnare e/o divertire i più piccoli con l'aiuto delle immagini poetiche e delle rime; ma anche i bimbi più grandi possono apprezzarle e divertirsi. Tra l'altro aiutano la memoria verbale, oggi troppo trascurata e qualche volta possono far riflettere.

La seguente filastrocca, più che ai piccini, può piacere ai bimbi che sanno già contare e conoscono un po' di anatomia!

 

 

 

 

Il primo è il Pollice,
un po' tarchiato,
dalle  altre dita
ben separato,
su tutte e quattro
regna sovrano;
si sente il vero re della mano.

Secondo è l'indice
lungo e sottile,
dice "Tu! Lui!"
senza parlare,
fa sempre segno
non puoi scappare.

Il Medio è terzo,
posto perfetto,
sta sempre in mezzo
fra tutti quanti
sgomita un po'
per farsi avanti.

Quarto, elegante,
sta l'Anulare
intorno intorno
stretto da un cerchio
che dice "amare",
con gelosia
o fedeltà?

Infine il quinto,
il piccolino,
sempre per crescere
si dà da fare;
Mignolo un pollice
vuol diventare
ma non c'è verso:
resta a metà!

Gli incantesimi di Super Titta, la maga dentista

Strumenti di un gioco magico (secondo episodio)

Che questa Super Titta sia una specie di maga, capace di fargli tornare il dente malato uguale a prima, anzi più bello, Luigino fatica a crederlo. Anche se è ancora piccolo, Luigino è molto intelligente e curioso: è bravo con il computer, ma gli piacciono anche quei vecchi giochi che il papà gli ha conservato di quando, tanti anni fa, anche lui era un bambino. In due scatole dai colori sbiaditi c’è il Meccano e il Piccolo Falegname: Luigino ci perde pomeriggi interi a giocarci…. Ma oggi passerà il pomeriggio da questa maga Titta!!!!
Luigino pensa che è un nome brutto per una maga e anche la stanza dove lo fa entrare non ha niente di magico: pareti celesti, armadi bianchi, una poltrona che sembra un letto, ben poca differenza con la stanza del vecchio dottor Fogli! Solo che maga Titta non gli somiglia per niente al dottore: è proprio carina e anche più la sua assistente Lenia; e tutte e due sorridono simpatiche e allegre, come per fargli una sorpresa.
È infatti proprio una sorpresa la consolle che Luigino si trova davanti, una volta seduto sulla poltrona. Questa consolle, oltre ai pulsanti, ha tanti strani strumenti attaccati a fili e tubi: un paio sembrano spazzolini, altri semplici manici…
C’è anche una doccia piccolissima che spruzza acqua nella bocca: splash…, splash…, ma poi un tubicino va a risucchiarla con lo stesso rumore che fa la cannuccia quando bevi l’aranciata uuish…, uuish…
Ora Luigino, sempre più sorpreso, vede attaccata a un manico una punta che gira come il trapano del Piccolo Falegname, solo che non va a mano, ed è più veloce e piccolissima. Anche il rumore è più sottile e penetrante: zzzz…., zzzz… "una zanzara col turbo!", pensa Luigino e gli viene da ridere, ma non è facile stando a bocca spalancata.
Intanto nel dente scavato maga Titta mette una misteriosa pasta che viene passata con una rotellina (velocissima: vrrrr, vrrrr) una pialla? Una lima? Lenia poi illumina la pasta con una lampada (secondo lei un regalo di Aladino, figurarsi!).
È stato un gioco, una magia o un prodigio della tecnica? nel dente è scomparso il buco nero, ma non c’è niente di appiccicato, è tutto e solo dente…  Luigino infatti lo vede allo specchio, lo tasta forte con un dito, è proprio il suo dente, più bello di prima:"grazie Titta, maga e... piccolo falegname!"

Filastrocca dei fiori

Il geranio è resistente
anche quando è ricadente,
per crescere gli basta
un pezzetto di gambo
e fiorisce il balcone.

La viola dà il suo nome
a un colore elegante
di tutti quanti i fiori
ha l'aroma più intrigante.

La mimosa è presuntuosa
per i suoi piumini d'oro:
appena colti sono fru fru
poi dimagriscono sempre di più.

I gelsomini fioriscono in tanti
sono graziosi piccoli e bianchi
hanno un profumo da fiori grandi.


La rosa è la vera regina
di sfumature ed essenze,
la sua corolla di raso
dà voglia di metterci il naso.

Tanti sono i profumi
tanti sono i colori:
tra tanti freschi fiori
c'è una margheritina
appena sbocciata
che ha il sorriso della mia bambina.

Gli incantesimi di Super Titta, la maga dentista

La bocca più bella del reame (terzo episodio)

La piccola Maria è caduta dall’altalena: che spavento! Quanto ha pianto! Sente male alla bocca e allo specchio vede che si sono rotti i due denti davanti. Maria si dispera: "Quanto sono brutta! Resterò così per sempre? Nessun principe azzurro mi vorrà sposare!".
Ma quando sembra che una strega cattiva si sia divertita a giocarci un brutto tiro, bisogna batterla con gli incantesimi buoni. La Mamma svela a Maria che c’è una maga capace di far ritornare i due denti al loro posto e la bocca più bella di prima;
-Andiamo subito!- dice Maria, e si porta dietro il bambolotto Cicci, che da quando ha perso il ciuccio non chiude la bocca. Chissà che la maga non possa fare qualcosa anche per lui…
Maria ora è nella stanza della maga, che però non sembra una maga, ma una maestra o una dottoressa. Maria sospira, impensierita, tanto più quando le viene detto che deve stare sempre a bocca aperta. Allora chiede alla maga, mostrandole Cicci: "Non resterò come lui?".La maga sorride e risponde che con un po’ di pazienza e un briciolo di magia avrà la bocca più bella del reame!
Ecco la maga chiedere a un'altra maga più giovane: "Dammi la pozione verde!". Mentre questa mescola in una tazza una specie di pongo verde, Maria ha di nuovo paura: che la vogliano avvelenare?
Intanto la maga prende un cerchietto bucherellato come uno scolapasta, ma che assomiglia al ferro di cavallo che papà ha appeso allo specchietto della macchina:  - speriamo porti fortuna!- pensa Maria. Su questo ferro la maga spalma la pozione verde e poi lo preme sui denti di sopra.
Sembra chewing-gum ma… non va masticata; ora la maga cerca di toglierlo, però non viene via. A Maria scendono due lacrimoni al pensiero che possa restare sempre incollato; ma ecco che la maga lo stacca, spiegandole che serve per prendere la forma dei denti nuovi….
E questi nuovi denti Maria li vede una settimana dopo: piccoli e carini; ma è perplessa: staranno attaccati? L’assistente prepara un’altra pozione e i denti vengono appiccicati. È proprio una magia! A Maria viene dato uno specchio: è emozionata: è tornata bellissima. La maga esclama: "Ecco la bocca più bella del reame!".
Maria, tutta fiera, si fa ammirare dalla mamma, che batte le mani. Intanto il povero Cicci è rimasto su una seggiolina, sempre con quella bocca tonda aperta. La maga ha detto che per lui non c’è niente da fare. Si potrebbe comprare un nuovo bambolotto, ma Maria è affezionata a Cicci, che le ricorda la sua disavventura e il magico finale.
Ora può aspettare serena il suo principe azzurro!